Comunicato stampa congiunto del 19 Luglio 2025 CLM (Contro le Mafie) di Monticelli Terme ARCES VIADANA ODV.

CUTRO E UN’ALTRA COSA (NON SOLO NDRANGHETA)
Cutro è una città appartenente ad un territorio di antica civiltà, a pochi chilometri si trova il tempio di Hera Lacinia, la scuola di pitagora, il castello Aragonese nel mare, personaggi famosi come Giovanni Leonardo di Bona primo campione del mondo di scacchi, Diego Tajani ministro del governo De Pretis e primo uomo politico a denunciare le prime pratiche invasive della mafia.
Conta diecimila abitanti, ma vi è un’altra Cutro più numerosa che vive fuori dei suoi confini, nelle regioni del nord Italia, all’estero soprattutto in Svizzera e Germania. Migliaia di lavoratori hanno preferito fare la valigia e cercare lavoro altrove piuttosto che vivere di assistenzialismo, ma anche per non diventare mafiosi.
Siamo partiti come manovalanza non specializzata, poi diventati anche capi reparto, dirigenti aziendali, dirigenti sindacali anche all’estero, imprenditori, operai specializzati, dottori, e fino alla fuga di cervelli.
Noi siamo gli eredi di questa storia e di questo popolo, e non degli atti criminali dei mafiosi.
Quel popolo non può rinunciare alla sua storia è cedere l’emblema del nome alla Ndrangheta, come detentore e assimilatore del paese, questo non è accettabile.
Purtroppo è vero che le mafie hanno seguito le orme dei lavoratori, si sono insediati nelle città del nord dove vi è una maggiore presenza di migranti provenienti da una zona e si sono insediati in una città, Cutro e Reggio Emilia è uno dei tanti casi.
L’analisi che fanno alcuni esponenti istituzionali sulla capacità invasiva delle mafie nella economia legale è corretta fino ad alcuni punti che andrebbero meglio analizzati.
I Primi a subire i maggiori disagi dall’azione criminale sono stati proprio i cutresi, aggiungiamo pure che hanno fatto male a non ribellarsi prima, ma quando?
Quando qui al nord tutti hanno sottovalutato la presenza delle mafie e la sua capacità invasiva? Quando lo stato per 40 anni non faceva sentire la sua presenza come adesso?
Quando qualcuno del sud denunciava, e stigmatizzava la presenza delle mafie e veniva messo a tacere? Quando un cutrese ha chiesto al sindaco di un comune di dare garanzie di legalità sugli affidamenti di appalti e gare di appalti, la risposta: minaccia di denuncia per diffamazione, cioè negazione completa di possibili infiltrazioni mafiose.
È inaccettabile che, a fronte di un fenomeno diventato cosi complesso come l'infiltrazione mafiosa, che il Dott. Gratteri ha lucidamente ricondotto a connivenze trasversali e a una sottovalutazione colpevole anche nelle regioni settentrionali, si continui a demonizzare un'intera comunità etnica.
Ridurre la complessità del problema mafia alla sola "colpa" dei meridionali è una semplificazione offensiva e pericolosa, che finisce per colpevolizzare le vittime e deviare l'attenzione dalle altre vere responsabilità.
Hanno ragione quanti dicono che i cutresi devono dimostrare con i fatti di essere contro le mafie,
la maggior parte della comunità cutrese a Reggio Emilia ha acquisito consapevolezza di praticare l’antimafia con i fatti, anche perché l’azione dei poteri dello stato degli ultimi anni, ha profuso fiducia nei cittadini.
Sono nate associazioni che vogliono essere cittadinanza attiva contro le mafie, fanno assemblee pubbliche contro le mafie, la corruzione e l’illegalità, promuovono la cultura della legalità contro la subcultura mafiosa, perché si tratta anche di una questione culturale, e offrono continuamente collaborazione alle istituzioni, dalle quali non ricevono risposte, anche dietro richiesta specifica di incontro.
Allora se esponenti della magistratura chiedono ai cittadini di praticare con i fatti l’antimafia, devono far sentire la loro presenza, per non far perdere la fiducia che si sta recuperando.
Se è permesso anche a dei cutresi esprimere una opinione senza essere accusati di vittimismo, vorremmo dire che è discutibile il concetto secondo il quale: non serve disporre di una strada che ricorda le origini.
Certamente serve recidere radici intrecciate con le mafie che si servono del nome di Cutro come loro emblema. Ma poi noi non possiamo lasciarci usurpare il nome di via Cutro, significa riconoscere che la Ndgrangheta è detentore di quel nome, cioè arrendersi all’idea che ci siamo lasciati usurpare quel nome, che sia assimilabile alla mafia.
Lo stato italiano non può cedere questo passo, come non lo ha fatto con il terrorismo. Anche perchè in quel caso, tutti i cittadini di quel paese sarebbero accusati di stare con la mafia ed eliminare via Cutro a Reggio, sarebbe una discriminazione verso tutti i cittadini.
Ora se dobbiamo collaborare insieme cutresi e reggiani contro le mafie, dobbiamo anche lavorare insieme per superare quei sintomi crescenti di intolleranza e discriminazione.
Il rifiuto di instaurare rapporti istituzionali con il Comune di Cutro, non è in sintonia con la costituzione, la negazione di ospitare eventi in memoria di figure illuminanti come Diego Tajani – un cutrese, primo politico a denunciare le mafie – o di commemorare Peppino Impastato, sono gesti che tradiscono i principi di accoglienza e rispetto. La proposta, avanzata dall'ex Prefetto di Reggio Emilia, di cambiare il nome di Via Cutro. è una proposta discriminatoria esoterica, che produce l’effetto di addossare una colpa collettiva a un'intera comunità.
Ha fatto bene la dottoressa De Miro a correggere la sua proposta iniziale: da Viale Cutro, a Pescatori di Cutro, in questo modo appare chiara la distinzione e il riconoscimento alla parte sana di quella comunità, quindi proprio il nome di quella via ci deve unire contro le mafie, VIALE CUTRO DEVE DIVENTARE BALUARDO ANTIMAFIA.
Infine oltre a ricostruire fiducia fra cittadini e istituzioni messe in discussione dei tanti fatti accaduti, bisogna rilanciare un processo di integrazione, da non confondere con l’assimilazione, per chi viene da altri territori, integrazione significa vivere e convivere con due culture che hanno fra di loro delle differenze. Integrazione significa contaminazione delle diversità culturali, e un processo evolutivo continuo, è un arricchimento reciproco, della società di accoglienza e di insediamento.
Dopo mezzo secolo di vita, siamo giunti alla terza – quarta generazione di cutresi a Reggio Emilia e ci si chiede ancora, siamo reggiani o ancora cutresi?
E qui ritorniamo ad una antichissima filosofia, da Pitagora a Platone ci insegnano la filosofia di vita comune di coesistenza e convivenza pacifica di vita comune.
Platone disse: l’uomo a differenza dell’albero, le radici le ha in testa, sono rappresentate dalla memoria, sono radici mobili che ognuno si porta dietro e non si possono strappare, ma questo non gli impedisce di integrarsi in un’altra società, nel rispetto reciproco, delle norme, tradizioni, comportamenti, nel rispetto delle proprie radici culturali. Ma allora i cutresi a Reggio sono ancora cutresi? A Cutro sono reggiani, a Reggio sono cutresi, insomma sono gli uni e gli altri messi insieme e convivono con una doppia cultura.

Wm-f.lotito